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(prima
parte) - (seconda parte)
L'azienda
che riuscì a sfruttare nel modo più favorevole tale possibilità fu la
MicroSoft di B. Gates, che la storia considera come una sorta di "traditore"
dell'etica hacker. Egli scrisse un nuovo sistema operativo per l 'IBM che
divenne immediatamente uno standard industriale, ma è certo che l' etica hacker,
a causa del denaro, aveva finito col tradirsi da sola prima che lo facesse Gates.
Tuttavia, vi fu un momento in cui essa parve tornare agli antichi splendori,
tentando una resistenza alla "copy protection". La copy
protection fu una reazione da parte delle case informatiche al mercato delle
copie pirata. Il termine indica un procedimento con il quale si manometteva
intenzionalmente parte del programma al fine di impedirne la duplicazione. Il
blocco alle copie digitali non incrementava il valore del programma per
l'utente, ma avvantaggiava il venditore del software.
Taluni, con gran disappunto degli editori, si prodigarono per riuscire a copiare
ugualmente i dischetti, ed alla fine vi riuscirono. Queste persone erano degli
hacker, fedeli al fatto che invalidare la protezione di una copia fosse
naturale, convinti che ogni programma fosse migliorabile e che, quindi, era
giusto penetrarvi e "collaborare" a tal fine. La reazione delle grandi
aziende fu una trovata d'ingegno: cominciarono ad assumere la stessa categoria
di giovani hacker che rappresentava una minaccia, per escogitare contromisure
tecniche di protezione. In altre parole c'erano ex-hacker, fortunati dirigenti
d' azienda, che assumevano giovani hacker per difendersi da altri hacker, i
quali reclamavano la stessa libertà che un tempo aveva ispirato gli attuali
dirigenti. Il termine "hacker" si trovava così a rappresentare
diverse realtà. La generazione del Tmrc lo aveva considerato un termine da
usare con parsimonia, uno status accessibile a pochi eletti capaci di fare arte
con il computer.
Il concetto aveva rappresentato delle abilità di comportamento ed i risultati
da esse generati, e solo per traslato si era applicato ai soggetti che le
possedevano. La generazione successiva era riuscita a portare il computer tra la
gente, ed aveva cercato di far conoscere la cultura hacker alle persone
interessate ad usarlo. Ciò non vuol dire che diventavano tutti degli hacker, ma
fare delle nette distinzioni era più difficile perché la cultura
dell'informatica si sovrapponeva in più punti a quella hacker, in quanto erano
stati loro a far conoscere entrambe. Il progressivo sbiadimento del termine
prosegue nel decennio successivo, quando arriva a denotare i giovani autori di
software di successo solo in virtù della loro abilità nello scrivere i
programmi. Si era perso il contenuto etico del concetto, quei valori che erano
stati di pochi ma che, una volta diffusi, venivano plasmati a concezioni e
necessità diverse. Neppure giovò, ai primi hacker, il divenire popolare del
termine, che col tempo andò assumendo una connotazione specifica negativa. La
parola, una volta in possesso dei media, divenne sinonimo di "trasgressore
digitale.
A riprova di ciò si pensi che, prima di uscire nelle sale cinematografiche, il
film culto "Wargames" venne sottoposto alla visione di un
comitato del Congresso americano, per assicurarsi che non contenesse un
incitamento alla pratica dell'hackeraggio. A poco valsero le varie
"conferenze hacker" che, sul finire degli anni '80, tentarono di
riportare il termine agli antichi splendori. A riprova del definitivo
cambiamento di clima si possono citare le numerose operazioni delle forze
dell'ordine, iniziate nel 1987, che portarono i Servizi Segreti americani a
raccogliere, in pochi anni, un dossier d' indagine su tutti i soggetti che
sembravano contare veramente nell' underground digitale statunitense.