(prima parte) - (seconda parte)

Il nuovo decennio vide la volontà di portare i computer fuori dalle stanze protette delle università, lontano dai dipartimenti di contabilità delle grandi aziende, permettendo alla gente di esplorarli da sola, di "metterci su" le mani. Per la prima volta si pensò a dei computer center di quartiere, dove la gente andasse a divertirsi come allora avveniva al bowling. Fu il periodo in cui un ex-scrittore di musical rock, Ted Nelson, scrisse la "bibbia" degli hacker, un testo intitolato Computer Lib/Dream Machine, che dopo un difficile inizio fu più volte ristampato.

Nel 1975 l'idea che ogni persona dovesse possedere in casa propria un computer era considerata da quasi tutti un'assurdità, tuttavia nella primavera di quell'anno nacque l'Homebrew computer club, uno dei gruppi che ebbe maggiore importanza nello sviluppo di quest'idea. Tramite riunioni quindicinali, alla quarta delle quali si erano superati i cento partecipanti, la piccola confraternita hacker propose dibattiti, diede lezioni di programmazione e costruzione, approfondì lo studio di nuovi sistemi e ne insegnò l'utilizzo, reperì e distribuì le prime fanzine che tale tematica cominciava a proporre, in altre parole, contribuì allo sviluppo di una cultura che "addestrava" una generazione di hacker verso una nuova industria: i computer da tavolo. Tale mercato, allora trascurato dalle grandi industrie, vide questo gruppo d 'individui condividere esperienze e consigli, far progredire una piccola "arte", coltivare l'obiettivo che i computer arrivassero a costare di meno.

Tutto ciò non deve illudere sul fatto che gli hacker perseguissero il sogno di una gran trasformazione sociale; in realtà, come sottolinea Levy, gli hacker "fecero gli hacker", in pratica seguirono il loro interesse, la loro passione, ma per fondare un sistema sociale basato su valori diversi, ammesso che ciò fosse possibile, ci sarebbe voluto ben altro programma. L'armonia che sembrava raggiunta dagli hacker dell'Homebrew svanì di fronte ad uno dei temi più scottanti ed attuali (allora come oggi) del mondo informatico: la proprietà del software.
Come accennato, nel club vi era l' abitudine di creare insieme i programmi ed il loro sviluppo, ed a chiunque riusciva ad apportare dei miglioramenti a linguaggi e programmi sembrava logico condividerli con gli altri soci. Una giovane casa di produzione software, la Mits, stava lavorando ad un programma in Basic per l'Altair, uno dei primi computer ad avere una diffusione rilevante. Tale programma fu ultimato per primi da due giovani hacker di Seattle, B. Gates e P. Allen, i quali lo vendettero alla Mits in cambio di una percentuale su ogni copia venduta. Quello appena descritto rimase il primo caso in cui sorsero dei problemi sulla proprietà di un programma software, fino ad allora condivisa dai soci dei vari club come del materiale comune. Alcune copie del software di Gates e Allen cominciarono, infatti, a girare prima dell'uscita ufficiale del programma, e la giovane comunità informatica si divise sulla dura lettera pubblica di sfogo con cui B. Gates, allora studente diciannovenne, accusava l'Homebrew di furto.

Ritorna alla pagina precedente