(prima parte) - (seconda parte)

Nessuno sembrava vietare ad un giovane autore di software di essere pagato per il suo lavoro, ma forse era troppo chiedere agli hacker di abbandonare per sempre l'idea che i programmi appartenessero a tutti. Tale idea rappresentava, allora come oggi, una parte troppo grande del sogno hacker per essere messa da parte, ed è curioso notare come dopo vent'anni i ruoli non siano cambiati e B. Gates, oggi l'uomo più ricco del mondo, debba ancora fronteggiare quotidianamente quest'ideale di condivisione delle informazioni.
In realtà, ed oggi lo stesso Gates n'è consapevole, il fatto che tutti abbiano un software e siano capaci di usarlo finisce per favorire il suo proprietario, che ne vede comunque aumentata la pubblicità e le vendite, soprattutto quando quel programma diviene uno "standard" ed obbliga molte aziende ad acquistarlo. Inoltre, la circolazione di diverse versioni di un software migliora il programma stesso, ne elimina eventuali errori e disfunzioni, permette alla stessa casa produttrice di mettere sul mercato degli sviluppi dell'originale dei quali resta la legittima proprietaria.Alle sedute dell'Homebrew partecipavano anche altri due giovani hacker, S. Jobs e S. Wozniak, i quali erano destinati senza saperlo a scrivere una pagina importante nella storia dell'informatica americana.

Un loro progetto, finanziato tramite la vendita di blue boxes agli studenti dei colleges californiani, era in procinto di concludersi con la produzione, nel loro garage, del primo vero home computer della storia: l'Apple. Questi due giovani studenti, in seguito fondatori di una delle più famose case informatiche, l'Apple computer Inc., incarnarono la necessità di quella "democratizzazione" dell'informatica, nata nei corridoi del MIT, e conseguenza della volontà di minare un monopolio di sapere e di calcolo rappresentato dai mainframe IBM. Quella intrapresa da Wozniak e Jobs fu una decisione storica: ora che anche altre persone stavano costruendo macchine con terminali e tastiere, che sarebbero state utili non solo agli appassionati ma anche alla gente comune, la direzione di quell'industria nascente stava per sfuggire dalle mani degli hacker.

Erano passati quasi vent'anni da quando gli studenti del Tmrc avevano cominciato a lavorare all'Eam. Dalla metà degli anni '70 molti giovani, in parte ancora provenienti dal MIT, diventarono linfa attiva del fenomeno Silicon Valley, la regione dove si andarono a concentrare le migliori menti tecnologiche, il traino della scalata americana al successo mondiale nei settori della componentistica e della programmazione informatica. Questi giovani hacker videro le loro pratiche d'intrusione e di sperimentazione agevolmente sopportate dalle multinazionali del settore, che intuirono la presenza della genialità dietro quell'esuberanza giovanile, incapace di seguire un orario di lavoro o d' inserirsi in gruppi guidati di ricerca.

Nell'aprile del 1977 si organizzò in California la prima fiera dedicata all' informatica, all'interno della quale andò sviluppandosi il contatto tra gli hacker ed il mondo reale, venuto alla luce mediante la nascita dell'Apple computer Inc. Durante il week-end di durata si registrarono circa 13mila presenze, e tale esperienza rappresentò una sorta di "Woodstock dei computers": una rivendicazione culturale, un segnale che il movimento si era diffuso così ampiamente da non appartenere più ai suoi progenitori. I due anni successivi furono caratterizzati da una crescita senza precedenti per tale industria, iniziata inconsapevolmente dagli hacker della seconda generazione. Molti dei soci dell'Homebrew si trovarono di fronte al bivio di Jobs e Wozniak: entrare nel mondo degli affari o continuare ad "hackerare" come avevano sempre fatto. Tutto ciò portò al venir meno di quella pratica, a lungo sacra per il club, della condivisione delle tecniche, del rifiuto di mantenere segreti e proprietà sul flusso dell'informazione. La conseguenza fu un calo di partecipazione diretta non solo all'Homebrew, ma anche in tutti quei club minori che avevano costituito la spina dorsale del movimento informatico degli anni '70.

L'industria dell'informatica produsse, prima della fine del decennio, milioni di computer, ognuno dei quali figurava come un invito, una sfida a programmare, ad esplorare, a creare nuovi linguaggi-macchina e nuovi mondi. I computer uscivano dalla catena di montaggio come materia prima, come fogli bianchi: una nuova generazione di hacker, quella degli anni '80, si sarebbe occupata di plasmare quella materia, di riempire quei fogli, di creare un mondo che avrebbe guardato ai computer in maniera molto diversa dal decennio precedente.

Ritorna alla pagina precedente